Gabriele Quaranta

 

...nel 2008 per un mese in Togo a Datcha e ora nel 2010 di ritorno dall'Uganda, missione di Lweza

 

...e se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, beh, allora la tua l’ho intravista...

Scrivo a te che stai leggendo e a te che stai scrivendo, a te che hai letto e hai scritto, a te che leggerai e scriverai, e anche a te che non scriverai mai su questo diario, ma non per questo ne sei estraneo.
Scrivo perché non riesco a tacere, scrivo perché dopo tante notti insonni a rigirarmi nel letto con mille pensieri nella testa credo sia giunto il momento di condividere con voi le sensazioni di questi giorni centrali della nostra esperienza africana.
Scrivo a te che mi hai detto di esserti sentita inutile: quando hai preparato la colazione, hai apparecchiato, hai cucinato, hai lavato i piatti o li hai asciugati, beh ecco, non sei  stata inutile.
Scrivo a te che mi hai detto che è stato un grande problema il non conoscere la lingua: per comunicare non è necessario parlare. Non servono né l’inglese né il luganda per consolare una persona che soffre.
Un sorriso, una carezza, un palloncino, una caramella possono far dimenticare a un bambino l’ago nel braccio.
Uno sguardo, un po’ di attenzione e una stretta di mano, per trasmettere un pizzico di calore umano possono aiutare un malato ad affrontare la malattia più serenamente.
A volte basta solo un attimo del nostro tempo per rendere migliore la giornata del prossimo.
Nei primi giorni si diceva che noi qui siamo entrati in un contesto di vita ordinaria. Il giro nei villaggi accompagnati da Teresa good samaritan mi ha fatto capire che non ci vuole molto a trasformare una vita ordinaria in qualcosa di stra-ordinario. E’ bastato Seguire l’esempio di coloro che già vivono ed esercitano qui a Lweza, Trascorrere del tempo con gli altri, Raccogliere le impressioni, i messaggi di ognuno e, soprattutto, Ascoltare. Credo che l’ascolto degli altri, e come altri intendo tutti, anche noi del gruppo, sia di fondamentale importanza per vivere al meglio i prossimi ed ultimi giorni di missione.
Ed infine scrivo a te che mentre si parlava del fatto che alcuni genitori mettono al mondo figli senza poter dare loro nulla hai detto: “Gli hanno dato la vita!”. Ti scrivo per ringraziarti di questo pensiero e per dirti che, ricollegandomi al problema della comunicazione, a volte basta il silenzio per intendersi e non esistono “silenzi imbarazzanti”, ma nei silenzi può esser d’aiuto guardarsi negli occhi, e se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, beh, allora la tua l’ho intravista.

 

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